Perfetto o scherzetto?

Impazza in questi giorni sul web la polemica sul video diffuso da una filiale di Banca Intesa, chiaramente frutto di un corso aziendale di personal branding. Ma è davvero riuscito così male?

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Fa ridere. Fa decisamente ridere il video realizzato dalla direttrice della filiale Intesa di Castiglione delle Stiviere (MN). Ma dopo il sorriso, ho avvertito tenerezza. Tenerezza e ammirazione per il coraggio che queste persone hanno avuto di mettersi in gioco perché non posso credere che, una volta finito di girare (con il telefonino del finto assente Fabio, secondo me), non si siano riguardati, non lo abbiano fatto vedere a mariti, figli e amici prima di caricarlo su YouTube dove peraltro rimane tenace. E poco importa che non fosse pensato per la circolazione, che dovesse rimanere interno all’azienda, che fosse un esercizio di prova o che so io. Questa gente l’ha girato così, pensando che andasse bene. Come poi si è diffuso e perché è un’altra faccenda.

Non commento nemmeno le sevizie digitali a cui sono stati sottoposti i protagonisti dell’operazione e l’aberrazione che provo per ogni genere di maleducata e saccente prevaricazione nei confronti di persone ultra-riconoscibili che hanno nomi e cognomi. Parlerò solo del video.

È chiaro che i dipendenti di questa banca hanno partecipato a un qualche corso aziendale sul personal branding dove avranno spiegato loro che bisogna fare la differenza, che bisogna dare ai clienti un motivo per scegliere proprio noi, che dobbiamo renderci riconoscibili, che dobbiamo suscitare emozioni positive per essere ricordati.  E loro ci hanno provato. Con quale risultato? Scendiamo nel dettaglio.

EMOZIONI POSITIVE:  Barbara Fredrickson e Martin Seligman, ci insegnano che sono quelle che ci fanno stare bene, quelle che  – una volta esperite – generano un ricordo talmente piacevole da farci desiderare di ripetere l’esperienza che le ha generate. Emozioni in grado di modificare il nostro modo di pensare, di ricondizionare comportamenti e addirittura migliorare la nostra salute. Emozioni che influenzano il processo decisionale, che ci fanno propendere per una certa scelta. Il video genera parecchie emozioni positive, capitanate da quella più importante: il divertimento. Le situazioni che ci fanno ridere sono quelle che ricordiamo più spesso e che non abbandonano facilmente la nostra memoria. E devo dire che tra il parlato della direttrice, l’espressione attonita dei collaboratori e la canzone finale di risate se ne fanno parecchie.  Ma la risata non è la sola emozione che mi ha suscitato la visione del video. Ho “sentito” (ricordate la teoria dei due sistemi cognitivi di Daniel Kahneman?) tenerezza, affetto e – lo ammetto – fiducia verso queste persone che si dimostrano genuine e sincere. Che è forse proprio quello che un’azienda, nello specifico una banca, voleva trasmettere: FIDUCIA. Della serie: “Venite in questa filiale, c’è brava gente proprio come voi, persone (con nomi e cognomi) che non vi fregano di sicuro“. E infatti questo è un video dove nessuno di noi ha cliccato “Skip Ad” dopo i 5 secondi iniziali ma siamo rimasti tutti lì fino in fondo e pure con un sorriso – magari incredulo –  sulle labbra.

Che cosa è andato storto allora? Forse nulla. Perché qui ad aver sbagliato non sono i dipendenti del gruppo dell’hub di Castiglione ma la signora Banca Intesa che non è stata in grado di definire e trasmettere ai suoi dipendenti i valori fondanti e caratterizzanti il brand dell’istituto finanziario. Quella Banca Intesa che non è stata capace di condividere con i suoi collaboratori la visione della banca e come questa debba essere incarnata da chi ci lavora. È per questo che Banca Intesa non è un brand e altre banche – ad esempio Mediolanum  –  lo sono eccome. Perché Intesa non racconta nulla e il racconto  – lo storytelling – che esprime il video è solo quello dei protagonisti, singole persone, brava gente appunto. Magari è tutto frutto di costosissime strategie di importanti aziende di consulenza però il risultato è sotto la tastiera di tutti.

Tom Peters nel 1997 ( A brand called you) diceva che il brand non esiste se non è pervaso da personalità ma il guaio qui è che la personalità che emerge è solo quella dei dipendenti, non quella della banca. Il brand che si crea è quello onesto e ruspante di Katia Ghirardi & colleghi. Ed è per questo che si ride. Ma c’è solo da vergognarsi:  chi ha martoriato queste persone costringendole a cancellarsi dai social meriterebbe la stessa sorte. Come pure certi alti manager incapaci di condividere con il proprio staff visioni, obiettivi e strategie di gruppo.

Qui il video per intero.

N.B.  non sono cliente né dipendente né azionista né consulente di alcuna delle banche citate. 

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Ottimi consigli di Personal Branding

Essendo “personal branding ” e “storytelling” le due locuzioni più abusate degli ultimi due anni, in rete è facile trovare personaggi più o meno affidabili e/o improvvisati che si spacciano per grandi esperti. Invece io oggi vi segnalo una perla rara per competenza, chiarezza e – ne sono certa – professionalità e quindi vi invito a leggere e mettere SUBITO in pratica i consigli qui elencati, comprese le ottime letture segnalate. Complimenti!

http://www.marketingpersonale.com di Stefano Principato ©

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Sai comunicare le tue soft skills?

Come ho spesso detto, la scelta di un candidato non si basa più sulle sue esperienze professionali o sulle performance accademiche ma su altre abilità, le cosiddette “soft skills”, cioè quelle che ci rendono veramente unici e diversi da ogni altro.

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Oggi ho letto un articolo molto interessante sull’ottimo FastCompany, frutto di un’intervista a Brendan Browne, VP dell’area Global Talent Acquisition presso LinkedIN. Lui afferma come sia più importante e, nella maggior parte dei casi, determinante cercare di trasferire al nostro interlocutore/potenziale datore di lavoro quelle abilità uniche e speciali che ci contraddistinguono e caratterizzano perché sono proprio quelle in grado di renderci diversi dai milioni di laureati alla nostra università, dai milioni di persone che hanno lo stesso nostro titolo, dalle migliaia che hanno il nostro stesso PhD, il nostro Master, il nostro post doc ecc. ecc.

Che cosa sono le soft skills? È un termine anglofono che letteralmente significa “abilità delicate” ma che invece indica quelle competenze trasversali che difficilmente siamo in grado di riconoscere a noi stessi e che mai finiscono sul nostro cv. Sto parlando di pensiero critico, problem solving creativo, pensiero laterale, spirito di adattamento, facilità nell’apprendere nuovi concetti o tecniche, capacità di comunicazione, onestà, spirito etico ecc. ecc.

Riuscire a comunicarle nel nostro cv nel 2017 è diventato critico e determinante. Leggiamo l’articolo per imparare come farlo in modo efficace.

 

 

Quanto vale un emoji?

È un dato di fatto che nella nostra messaggistica istantanea l’uso di emoji è sempre più intenso. Un’abitudine che non è sfuggita alle aziende che hanno cominciato ad offrire pacchetti scaricabili di emoji “brandizzate”.

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Ci sono quelle della Coca Cola, di McDonald e di Burger King ma pare che la tendenza sia ormai irrefrenabile, tanto che i player del digital advertising si sono chiesti come misurare e monetizzare l’utilizzo delle emoji aziendali. Un fenomeno interessante per gli psicologi della comunicazione… che valore attribuire agli emoji? Leggete qui

Che cosa sai fare bene?

Ai mie corsi, chiedo sempre di concentrarsi su una cosa che sappiamo fare bene, una sola. Ce l’abbiamo tutti. Purtroppo facciamo fatica a riconoscere in che cosa eccelliamo e purtroppo il sistema scolastico italiano non ci aiuta di certo a scoprirlo. Il personal branding parte proprio da qui.

harry-potter-broom410Mi sono ritrovata a mille nella lettura dell’eccellente articolo di Annamaria Testa su Internazionale, che vi invito caldissimamente a leggere; anzi, a imparare a memoria, facendo esercizio tutti i giorni.

Infatti un percorso di personal branding inizia proprio dalla consapevolezza delle proprie qualità e dei propri limiti. C’è sicuramente almeno una cosa che sappiamo fare molto ma molto bene: mettere in relazione le persone, risolvere problemi, appianare divergenze ma anche cucinare, ricamare, fare smorfie. Prendere consapevolezza degli aspetti in cui eccelliamo ci aiuterà molto ad accettare quegli aspetti di noi che consideriamo debolezze o, peggio, fallimenti.

Io ho impiegato molto tempo, con l’aiuto delle mie amiche “vere”, a prendere consapevolezza di ciò che so fare bene. E sono aspetti che non avevo mai considerato ma che invece si stanno rivelando fondamentali per la vera affermazione del mio essere. Volete sapere quali sono? Penso di scrivere bene, di essere brava a organizzare gli spazi, e di essere bravissima nell’individuare uno stile personale.

E voi? Quali sono le vostre legendary qualities?

Gestire con successo la crisi di un brand

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno divorziato e il loro brand è entrato in crisi. Tuttavia, a qualche mese di distanza, abbiamo scoperto che saper gestire in modo proficuo gli eventi negativi può risultare in un rafforzamento significativo, a tutto beneficio del brand stesso. La case history “Brangelina” è uno splendido esempio.

brad-pitt-divorceNon sono i primi, non saranno gli ultimi ma certo è che il divorzio di due celebs dalla fama planetaria ha avuto una risonanza incredibile perché intorno a loro si era consolidato, negli anni, un potentissimo brand – Brangelina – che superava i valori identitari e soggettivi di Brad Pitt e Angelina Jolie a favore di una serie di nuovi e più forti valori che la loro unione incarnava. E su questo i due hanno costruito una fortuna ben più solida e importante di quella legata ai proventi delle loro performance interpretative.

Ma se un brand è così forte, che cosa succede quando improvvisamente si genera intorno ad esso una fama negativa? Come gestire la comunicazione? Come fare in modo da non tradire le persone che avvalorano e condividono i valori del brand? È possibile girare a nostro favore gli eventi negativi? La risposta è SI e l’esempio di Brangelina farà sicuramente storia. Il segreto è continuare a mantenere, singolarmente, le promesse che il brand incarnava. Insomma, le parole d’ordine sono sempre le stesse: coerenza, costanza e sincerità. Anche quando si sbaglia, anche quando le cose vanno male.

Vi consiglio a questo proposito un’ottima lettura tratta dagli ottimi professionisti di Inside Marketing. Che ne pensate?

Come diventare interessanti

Alcuni nascono con un talento naturale ma altri invece lo acquisiscono negli anni. Sono infatti molti i casi di persone, oggi affermate o addirittura famose, che hanno impiegato un sacco di tempo per capire quale fosse il loro talento e come esprimerlo in modo sincero, coerente e soddisfacente.

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Miuccia Prada ha disegnato la prima collezione di successo a 40 anni

È proprio quello che dicevo venerdì scorso al fantastico forum di ElleActive: ci vuole tempo per comprendere davvero chi siamo, quali sono i valori per noi fondamentali, quali aspetti di un lavoro, una relazione, un processo sono imprescindibili. E a suffragare le mie povere parole, ho trovato questo illuminante articolo degli ottimi ragazzi di Dazed (che ADORO).

E quindi ve lo posto perché possiate – o meglio possiamo – tutti trarne ispirazione e coraggio. Eh sì, perché per diventare ciò che siamo ci vuole molto coraggio.

How to make yourself interesting by DAZED ©